Non ricordo quel lacerto d’affresco, né il giorno né la stagione né l’anno a Pompei.

L’emozione sì, mi ricorda. Da quel tempo, con questa emozione, ogni giorno apro fogli di carta, sfoglio grigi cartoncini, allungo le dita su pastelli raccogliendoli e, piano piano, li friziono sui miei supporti e loro, i pastelli, lasciano andare polvere di ocra gialla e rossa, di terra di Siena e bruciata, gialli e arancio di luce.

Così dentro questo fare in cui la supposta o reale identità, il gesto quotidiano di questo mestiere di vita che spinge a riconoscermi, incontro le oscure ombre latenti nella mente o professate dall’apparire dell’immagine che mi succhia in una forte evocazione, remota memoria del mio (forse) esserci stato e in questo risalire indefinito e pur alloggiato nella storia dell’arte (il farsi delle immagini) riscaldato da un antico fuoco di cui forse ricordo il tepore lasciato nell’aria come profumo, e luce, riconosco il segno perpetuo della bellezza; l’accerchiamento nella materia del combusto alone ossidato che produce il buio e ricorda il risucchio abissale a tendere il possibile svolgersi delle nebbie.

Essere-in-corso.

SEMI DI MEMORIA
(1998)

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